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26/09/2025
Su RaiPlay arriva un film raro, un gioiello italiano grezzo - PATAGONIA - esordio al lungometraggio di Simone Bozzelli, che torna a farsi vedere, a chiedere attenzione, a reclamare la sua urgenza. E a meritarla tutta.
Già autore riconoscibile nei corti e nei videoclip, Bozzelli ha un’idea precisa di messa in scena: corpi al centro, senza pudore né reticenza. Corpi che si cercano, si respingono, si contaminano. L’amore non è salvezza, ma dinamica. Seduzione e potere. Vicinanza e ferita.
Yuri ha vent’anni e uno sguardo che non sa ancora cosa chiedere al mondo. Vive chiuso in un paese dell’Abruzzo, accudito da tre zie che lo proteggono e lo infantilizzano. La fuga ha i tratti del desiderio: si chiama Agostino, clown errante, manipolatore, figura magnetica e instabile che lo invita a salire su un camper e a partire. Da quel momento, Patagonia diventa una traiettoria obliqua, un film in costante tensione, senza tregua né redenzione.
La relazione tra i due è da subito ambigua: un continuo oscillare tra affetto e sopraffazione, gioco e punizione. Agostino promette una terra lontana, un altrove mitico dove tutto sarà diverso. Ma è solo un’illusione, un titolo musicale, una bugia ripetuta per credere ancora nella fuga. Il viaggio è immobile. Si consuma tutto lì, in quel camper, in quel campo rave, in quella palude emotiva dove ogni gesto è insieme carezza e colpo basso.
Bozzelli gira con furia e lucidità. Il 16mm graffia, i volti sono ravvicinati, i corpi sudati, imperfetti, desideranti. Il confine tra documentario e finzione si assottiglia. Patagonia pulsa come un cuore ferito: fragile, esposto, instabile.
La sceneggiatura – firmata con Tommaso Favagrossa – rinuncia alla struttura classica del romanzo di formazione. Qui non c’è liberazione, non c’è crescita lineare, non ci sono riti di passaggio. Solo l’accettazione che ogni legame può essere una gabbia, e che non sempre uscirne significa salvarsi.
Andrea Fuorto è straordinario nel rendere la docilità ostinata di Yuri, la sua voglia di amare anche quando non dovrebbe. Augusto Mario Russi, al debutto, restituisce ad Agostino un’ambiguità dolente, una maschera spezzata tra arroganza e resa. Tra loro, uno spazio elettrico che vibra, si contorce, si infiamma.
Il film ha la forza disturbante di certi drammi di Rainer Werner Fassbinder, ma anche la tenerezza di una fiaba nera dove nessuno è innocente, ma tutti sono fragili. Gli animali che popolano il racconto – gabbie, serpenti, cani che non fuggono – riflettono simbolicamente lo stesso universo relazionale: prigioni accettate, dipendenze reciproche, piccoli atti di libertà che non durano mai abbastanza.
PATAGONIA è un’opera viva, contaminata, a tratti sgradevole, ma sempre pulsante. In un panorama cinematografico spesso levigato, Bozzelli sceglie l’attrito, la sporcizia, la nudità emotiva. E riesce, con un gesto tanto intimo quanto politico, a restituirci il disordine dell’amore nella sua forma più autentica.
Simone Bozzelli
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